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Francesco De Sanctis: la mancanza d’istruzione

Francesco De Sanctis si forma come letterato attraverso insegnamenti privati a Napoli e nel periodo che va dal 1848-1849 fu relatore della commissione di riforma dell’insegnamento primario e secondario nel regno delle due Sicilie; egli propone la creazione di “scuole normali” per la preparazione soprattutto dei maestri in Italia, questa denominazione sopravvivrà per indicare ancora oggi una formazione dei docenti o carattere universitari; inoltre egli propone la diffusione della scuola elementare obbligatorio e gratuita e l’istituzione di una scuola secondaria tecnica scientifica. Fu nominato da Cavour ministro dell’istruzione del nuovo governo dell’Italia Unita ed egli, come pure Cattaneo mette in evidenza i difetti della legge Casati, la prima legge sull'insegnamento pubblico che veniva criticata soprattutto per la prevalenza dell’istruzione classica su quella tecnica e professionale e per l’assenza dell’aspetto patriottico; per  tanto De Sanctis cercava di far valere i critici di decentramento e di diffondere la scuola elementare e di migliorare la formazione degli insegnamenti. Questi progetti però non ebbero successo soprattutto come critico letterario e docente universitario di grande valore e favorevole ad una letteratura di veri contenuti; il suo motto era “cose e non parole”, inoltre propone una didattica fondata sull'interesse e sulle esperienze personale dell’allievo con l’intenzione di trasformare le lezioni in laboratori: questo dimostra la grande modernità della sua visione dell’attività di docente. De Sanctis aveva messo in evidenza l’insufficienza di tutte le riforme di legge adottate per migliorare la qualità dell’istruzione e soprattutto sottolinea come l’istruzione elementare deve essere vista come possibilità di un riscatto politico del popolo, soprattutto di quelle plebi meridionali che soffrono della mancanza d’istruzione. 

Ardigò Roberto: la formazione naturale del fanciullo

Ardigò Roberto definisce la pedagogia come “scienza dell’educazione”, che si deve fondare sul fatto educativo; egli sostiene che tutto è formazione naturale e lo sviluppo del fanciullo coincide con una formazione che deriva sia da predisposizione ereditarie e sia dall'ambiente, secondo Ardigò le matrici dell’educazione sono la famiglia, la chiesa, la scuola, lo Stato, l’educazione è il risultato sia dell’abitudine che dell’esperienza; nel processo informativo sono importanti gli stimoli che devono essere ricercati dal maestro e l’alunno deve apprendere seguendo la propria esperienza senza basarsi sulla parola del maestro, in sostanza l’insegnamento deve seguire il metodo intuitivo e l’intuizione può manifestarsi in diversi modi cioè, può essere quella naturale che si basa sull'esperienza dell’alunno e sul gioco, può essere artificiale o quella stimolata dal maestro attraverso una serie di esperienze e può essere anche quella indiretta che si utilizza quando quella naturale non può essere sfruttata e quindi si fa ricorso ad insegnamento tradizionale fondato essenzialmente su schemi e immagini. Inoltre Ardigò sostiene nell'importanza metodologica il maestro deve rispettare tre principi fondamentale passare dal noto all'ignoto, dal semplice al complesso e dal facile al difficile. L’importanza fondamentale viene attribuito dall'autore dell’educazione morale che comprende tutti quei comportamenti da tenere nel rispetto dell'handicap radicata in un determinato territorio in un preciso momento storico: in realtà Ardigò afferma l’obbiettivo dell’educazione morale e che il bambino si abitua a compiere liberamente il bene, per propria convinzione.

Attivismo pedagogico e le “Scuole Nuove”


Nell'ultima parte dell’800 vengono fondate in Europa e in America le cosiddette “Scuole Nuove” denominate così perché in esse l’educazione non veniva concepita come formazione della personalità autonoma. Comunque la critica dell’organizzazione scolastica tradizionale e l’idea di un educazione che si basi fondamentalmente sulla psicologia dell’alunno ed abbia come scopo la formazione della sua personalità sono dei motivi molto anteriori alle scuole nuove; basti ricordare le tematiche e la metodologia di Froebel  e la creolizzazione rimasta e il puerocentrismo di Rousseau. In base a questa metodologia l’insegnamento deve fidarsi sugli interessi sull'esperienza e sull'attività personale dell’alunno; le scelte didattiche ed educative presuppongono un’attenta considerazione psicopedagogica dello sviluppo individuale dell’alunno avendo come scopo la sua formazione come uomo e come cittadino. Nel 1912 a Ginevra nasce l’istituto superiore delle scienze dell’educazione, J. J. Rousseau dove viene utilizzata l’espressione scuola attiva per indicare una educazione nuova. Infatti in questo nuovo modo di sviluppare la formazione dell’alunno si pone proprio l’idea centrale del puerocentrismo, termologia usata per la prima volta da Rousseau che sta ad indicare la centralità del bambino nel processo educativo con i suoi interessi, la sua spontaneità, la sua creatività che non devono essere assolutamente inibiti: tutto ciò in contrapposizione con l’educazione tradizionale che si basava su formalismo astratto, su concetti preconfezionati che venivano recepiti in maniera passiva dai fanciulli attraverso un assurdo mnemonismo (imparare tutto a memoria senza capire il significato).



Il problema diseducativo in Italia: Carlo Cattaneo


Carlo Cattaneo approfondisce l’analisi della situazione scolastica nel Longobardo-veneto e ne mette in evidenza le lacune: scarsa affluenza nelle scuole infantile maestri mal retribuiti, insegnamento più astratto che pratico ed eccessivo mnemonismo. Proprio questi aspetti negativi dell’istruzione scolastica spingono Cattaneo a schematizzare una concezione pedagogica con dei punti fondamentali: 

  1. La scuola ha un valore sociale e civile, nel senso che tutte le scuole devono preparare l’adolescenza a difendere la patria.
  2. L’istruzione di base e quindi gli asili e le scuole elementari devono essere sovvenzionati sia dai comuni che dallo stato in modo tale che gli insegnamenti abbiano una retribuzione meno umiliante e non siano costretti a svolgere anche altre attività.
  3. È importante diffondere l’istruzione tecnico professionale e quindi istituire scuole professionali per meno abbienti in alternative al ginnasio e al liceo.
  4. Si propone quindi un nuovo metodo didattico che parte dal noto all'ignoto, dalle cose ovvie a quelle difficili al fine di graduare l’insegnamento sulla base dell’età dell’alunno e per consentire un migliore apprendimento della materia. Inoltre l’attività dovrà essere impostata su orari più brevi e su una migliore preparazione degli insegnanti.          



   

La pedagogia italiana nell'età del attivismo


Storicamente l’Italia nella fase post-unitaria risente anche dei problemi dal punto di vista scolastico: il problema maggiore consiste nel fornire agli italiani un grado minimo di istruzione e di coscienza civile per rendere possibile la partecipazione consapevole alla vita del paese; il primo censimento post-unitario (anno 1861) testimonia che l’Italia ha un tasso di analfabetismo pari a 75% e questa situazione è presente soprattutto relativamente alle donne: tutto ciò perché l’istruzione elementare era scarsamente diffusa e questa situazione continuerà fino agli inizi del novecento, soprattutto perché i comuni incontravano difficoltà nel reputare maestri competenti. Infatti vi erano molti insegnanti poco preparati e nello stesso tempo mal pagati che erano costretti a svolgere altre attività per integrare lo stipendio. Quindi in questo contesto negativo dal punto di vista economico politico culturale e scolastico si inserisce il tentativo del positivismo di a frodare i problemi della società in modo realistico. Così si delinearono diversi soluzioni e diversi progetti per rispondere alla richiesta di avere un istruzione obbligatoria laica e scientifica. Questo programma realizzato da Ardigò e Gabelli riguarderà l’attività didattica per alcuni decenni, finché l’attivismo pedagogico non evidenzierà i rischi del formalismo nel processo educativo.




Ferrante Aporti: primo istitutore degli asili d’infanzia in Italia



Ferrante Aporti nasce nel 1791 in provincia di Mantova e nel 1828 fonda la prima scuola infantile italiana dai 2 ai 6 anni ed opera in un momento storico, caratterizzato dalla nascita di diverse iniziative a favore dell’istruzione e dell’educazione dei fanciulli. Ferranti Aporti vede nell’asilo non solo una forma di assistenza dovuta all’infanzia ma anche un opera di prevenzione sociale e di prima educazione dei fanciulli, specialmente di quelli appartenenti alle classi sociali più povere che rischiano in seguito di non poter frequentare le altre istituzioni scolastiche per gli evidenti problemi economici. L’autore mette in evidenza gli errori che caratterizzano l’educazione infantile e soprattutto il metodo violento che veniva praticato ai fini dell’apprendimento; inoltre si metteva in evidenza che il personale incaricato di in custodire gli alunni non aveva nessuna preparazione pedagogica. 

Aporti quindi sostiene che la personalità infantile ha bisogno di uno sviluppo armonico e graduale ed il percorso informatico si suddivide in tre momenti e cioè quello fisico quello intellettuale e quello religioso; per quanto riguarda il primo egli ritiene che siano necessaria l’educazione fisica proprio perché gli uomini deboli e malaticci sono inutili allo Stato, inoltre le loro facoltà intellettive sono scarse: però gli esercizi ginnici devono essere svolti senza imposizioni, perché secondo Aporti il bambino deve manifestare piacere dell’esecuzione dell'esercizio stesso e deve soprattutto voler rifare insieme ai compagni. All’educazione fisica si abbina l’educazione intellettuale che riguarda soprattutto l’insegnamento della lingua e l’utilizzo del metodo “dimostrativo” che consiste nel mostrare ai fanciulli gli oggetti per farglieli osservare e quindi memorizzare con i loro nomi. Per quanto riguarda l’insegnamento della lingua Aporti propone una lingua viva (una lingua parlata) e quindi l’utilizzo delle conversazioni anziché le astratte regole grammaticale ed insiste sulla necessità di insegnare la lingua nazionale. 

La lettura e la scrittura vengono insegnate in maniera rudimentale solo nel l’ultimo anno di frequenza della scuola infantile; pure il calcolo viene appreso, attraverso la numerazione di oggetti concreti e sempre nel corso dell’ultimo anno si apprendono le quattro operazioni. Per quanto riguarda la religione e la morale Aporti assegna molta importanza allo studio della storia sacra al fine di formarsi seguendo un etica religiosa. 

I critici hanno evidenziato come gli asili strutturati secondo lo schema di Aporti sostanzialmente hanno la stessa struttura di una scuola elementare, dove ci sono orari e dove il gioco in se ha poco rilievo; tutto questo si spiega perché l’autore aveva il timore che i fanciulli più poveri non avessero altra possibilità di istruzione scolastica. In sostanza il merito maggiore di Aporti è stato quello di avere richiamato l’attenzione della società del tempo sul problema dell’educazione precoce dei poveri che avrebbero rappresentato sicuramente un fattore di processo civile e di rinascita della nazione. Comunque i limiti degli asili aportiani venivano superati dal kindergarten di Frobel come modello educativo per l’infanzia che verrà utilizzato successivamente dalle sorelle Agazzi e ispirerà sopratutto la pedagogia scientifica di Maria Montessori   

   

Pestalozzi: l’educazione pratica



Nasce a Zurigo nel 1746 da una famiglia di origine italiana in cui il padre un famoso chirurgo muore quando lui aveva solo 6 anni: così egli e suoi due fratelli vengono educati dalla madre e questa vicenda segnerà profondamente la concezione di Pestalozzi sul ruolo educativo della madre. Ad un certo punto della sua vita Pestalozzi influenzato dalla società patriottica abbandona la fede e si dedica alla rivolta politica, per realizzare l’ideale del miglioramento delle condizioni dei lavoratori da raggiungere attraverso una riforma dell’agricoltura. Così nel 1768 ebbe inizio l’esperimento di Neuhof, la fattoria edificata su terreni di Pestalozzi allo scopo di realizzare i suoi ideali; ma questo esperimento fallì e Neuhof fu trasformata in colonia agricola per bambini abbandonati da educare al lavoro e alla vita. Nel 1781 viene pubblicato il primo libro del romanzo pedagogico “Leonardo e Gertrude”; inoltre ricordiamo anche tra le sue opere lo scritto sulla legislazione e l’infanticidio che costituisce una accusa contro l’indifferenza delle leggi verso la povertà e la disgregazione del nucleo famigliare. 

Pestalozzi legge molto il pensiero di Rousseau ed eredita da lui il concetto, una educazione conforme alla natura dell’educando. In sostanza secondo Pestalozzi sia la società sia l’individui possono attraversare tre fasi: dallo stato di natura, caratterizzato dal bisogno e dall’egoismo, l’uomo passa allo stato sociale in cui l’individui socializzano in maniera dialettica e proprio lo stato sociale che nell’individuo nasce il concetto di moralità, che tende ad armonizzare la propria vita con quella degli altri. Secondo Pestalozzi le agenzie formative sono la famiglia, la scuola, l’ambiente lavorativo e la chiesa: il ruolo pedagogico della famiglia e certamente centrale anche se la famiglia deve essere affiancata alla scuola e allo stato, anche se è evidente nell’autore la necessità di una educazione polare per la realizzazione di una educazione di una società giusta. 

La concezione pedagogica elaborata da Pestalozzi viene illustrata nella sua opera, dal titolo Leonardo e Gertrude, che è uno dei grandi romanzi pedagogici del romanticismo; si può fare un paragone con i promessi sposi con cui viene condiviso l’impegno civile e pedagogico e la scelta degli umili come protagonisti. Il racconto si svolge in un villaggio immaginario in cui il podestà domina la popolazione con la corruzione aiutato dai ricchi agricoltori. Tra i suoi vittime troviamo Leonardo che si sta perdendo nell’ozio e nell’ubriachezza, ma sua moglie Gertrude chiede al feudatario del terreno di aiutare Leonardo e così gli affida il compito di costruire la nuova chiesa. In tanto ci si convinse che il miglioramento del villaggio è possibile solo se si evoca il popolo a migliorare la propria vita materiale, e così venne realizzato un progetto educativo in cui la scuola doveva essere a tempo pieno, i bambini dovevano imparare lavorando al telaio e apprenderanno in maniera attiva lettura e scrittura utilizzando dei sussidi didattici inventati; inoltre si richiede l’ordine non solo all’interno ma anche all’esterno della scuola e di conseguenza si dimostra che quest’ordine può essere esteso anche allo stato. Intanto nel quarto libro si evidenzia come c’è una umana tendenza al male ed è necessario quindi che ci sia una educazione che contrasti questa tendenza. Nel modello educativo di Pestalozzi è evidente il ripudio del verbalismo e la necessità invece di una educazione concreta che presuppone di solito nel docente una severa preparazione professionale; nel ambito della famiglia ma anche nella scuola ognuno deve riconoscere la propria dignità e la scuola stessa deve essere vista come una palestra in cui ognuno possa avere un riconoscimento sociale a prescindere dalle condizione economiche. Nel romanzo Leonardo e Gertrude la figura femminile rappresenta la dimensione famigliare e materna dell’educazione. A Neuhof fallisce l’iniziativa agricola e la filanda di cotone viene utilizzata per avviare i fanciulli poveri, sottratti all’accattonaggio e al vagabondaggio ad una istruzione di base o un impegno manuale; si realizza una unione tra insegnamento e attività pratica. 

Ovviamente questi bambini orfani pongono a Pestalozzi una serie di problemi pratici e teorici: c’è soprattutto una situazione di grave emergenza e si avverte la mancanza di collaboratori qualificati; per cui l’educatore Pestalozzi ricorre al mutuo insegnamento, inteso come un mezzo di aiuto per l’insegnante poiché permette di affidare in parte la didattica agli alunni più dotati, finché ne rendono partecipi i compagni più deboli. Inoltre secondo Pestalozzi per l’insegnante è impossibile insegnare tutto a tutti, per cui è necessario che i genitori si sostituiscono al maestro e gli alunni possono apprendere in maniera autonoma. 

Importante anche ricordare la teoria delle tre facoltà, elaborata nell’altra opera dal titolo le indagini, queste facoltà sono il cuore che rappresenta la facoltà morale, l’intelletto che riguarda l’attività conoscitiva e l’arte che corrisponde all’attività tecnico. 

Pratica: l’educazione di ogni persona non può prescindere da queste facoltà. L’intervento educativo secondo Pestalozzi con l’azione della madre e continua con l’attività dell’insegnante che deve offrire ai discenti l’apprendimento con gradualità, cioè dal semplice al complesso e soprattutto deve partire dall’esperienza del fanciullo. Il metodo adottato dal docente deve essere sostanzialmente intuitivo: il metodo intuitivo consiste in una didattica che presuppone una esperienza diretta e concreta da parte dell’educando. Nel insegnamento fondato da questo metodo assumano particolare rilievo l’aritmetica e il calcolo, la geometria e il disegno e la lingua. Per Pestalozzi il “fare” è una componente essenziale nella vita infantile, per cui ritiene che sarebbe opportuno introdurre nelle ultime ore di insegnamento delle vere proprio ore di lavoro: il lavoro manuale viene inteso come vera e propria ginnastica intellettuale e include attività come la falegnameria o il giardinaggio.

                      

Friedrich Frobel: il suo metodo ludico



Frobel nasce in Turingia alla fine del ‘700; sin dalla nascita egli è alla ricerca di una vocazione, finché quando incontra Gruner un discepolo di Pestalozzi decide d’impegnarsi nell’educazione, per cui nel 1816 fondò un istituto tedesco di educazione generale che sarà alla base delle sue opere "L'educazione dell’uomo"; dopo la pubblicazione di questa opera egli fa ritorno in Svizzera dove fonda altri istituti e svolge osservazioni sui bambini più piccoli e tutto ciò porta ad una rielaborazione della teoria del gioco che sfocerà nella strutturazione del giardino d’infanzia o di “kindergarten”. Questo nuovo modo di fare pedagogia ebbe molto successo e sarà seguito dall’attivismo pedagogico, dalle sorelle Agazzi e da Maria Montessori. Nel 1851 il governo prussiano proibisce lo sviluppo di questi giardini perché si ritiene che svolgano un’educazione atea e socialista, per cui questi giardini vengono proibiti in Prussia e Frobel profondamente addolorato per questa situazione morirà l’anno successivo. La pedagogia di Frobel si basa su una legge dominante che è la legge divina, e perciò l’educazione deve sviluppare tutto ciò che di divino è presente nell’uomo, avendo la consapevolezza che sia l’uomo che la natura, derivano da Dio e sono condizionati da Dio. Per tanto l’educazione  da un lato deve rispettare l’interiorità dell’uomo, dall’altro deve prestare attenzione a tutte quelle manifestazioni esteriore in cui si esprime. Il fondatore del kindergarten presta attenzione alle prime tre fasi dello sviluppo e cioè: 

  1. Il periodo del lattante che riguarda principalmente lo sviluppo corporeo. 
  2. Il periodo dell’infanzia che riguarda lo sviluppo del linguaggio. 
  3. Il periodo della fanciullezza in cui predomina l’istruzione. Frobel sostiene che sia l’educazione che l’istruzione  devono lasciar fare e non prescrivere (comandare) e l’educatore deve fare e solo da mediatore fra l’allievo e la natura e il vero educatore è colui che non comanda l’allievo ma aiuta il bambino a scoprire la propria legge interiore e a sottomettersi.

La prima figura di educatore secondo Frobel deve essere rintracciata nella famiglia e soprattutto la madre svolge un ruolo fondamentale non solo nel allevamento del lattante ma soprattutto come educatrice che si impone “attraverso la mimica facciale” (sguardi con la madre). La figura materna è il primo modello educativo caratterizzato da chiarezza, carezza, gioia, affetto; questa figura materna sarà continuata nella scuola dalla maestra la quale a sua volta deve essere disponibile e avere un’attenzione particolare per i discepoli e soprattutto dove conoscere la psicologia dell’alunno attraverso un esame introspettivo. Quindi se il primo ambiente educativo è la famiglia per continuità la stessa formazione deve essere effettuata nella scuola dalla maestra. Il kindergarten è una scuola giardino in cui l’infanzia paragonata a una pianta, può crescere liberamente, accudita da maestre-giardiniere; si tratta di un ambiente educativo che riproduce la serenità degli spazi domestici con un arredo semplice su misura. Il giardino vero e proprio è diviso in due parti: uno per il lavoro comune e l’altro per i giochi individuali per cui nella prima parte sviluppano il senso della socializzazione e nell’altra parte elaborano e sviluppano il sentimento della creatività. In questo giardino il bambino trascorrerà la propria infanzia sotto la sorveglianza della maestra che avrà il compito solo di stimolarlo e di guidarlo senza però dire cosa dovrà fare o meno. Il metodo Frobel sostanzialmente è ludico (gioco) proprio perché il gioco rivela le tendenze di ogni bambino e così il gioco che per il bambino non rappresenta un divertimento ma un lavoro, diventa la strada maestra dell’infanzia in cui si manifestano attività motorie, si sviluppa il linguaggio, il disegno e l’attività logico matematico. La parte importante del metodo frobeliano è costituita dalla pedagogia dei doni che consistono in una serie di giochi che vengono presentati al bambino a secondo della sua psiche.

  • Il primo dono sarà la palla che rappresenta l’infinito e per mezzo di essa il bambino esercita la mano, il braccio e l’occhio;  
  • Il secondo dono è costituito dalla sfera, dal cubo e dal cilindro; attraverso in essi il bambino impara a riconoscere i contrasti.  
  • Il terzo dono è formata da un cubo suddiviso in otto cubetti e serve essenzialmente a sviluppare l’attività logico razionale, che continua nei successivi cubi divisi in otto mattoncini e poi in 27 cubetti.

I doni così rappresentano una progressione nella conoscenza del reale  per cui dell’umanità e della semplicità si passa alla molteplicità e complessità. Questa pedagogia elaborata da Frobel costituisce un fondamentale punto di riferimento per le attività delle sorelle Agazzi e di Maria Montessori.


L’educazione ateniese

Il concetto di educazione ad Atene ha un significato più ambio rispetto a quello spartano, proprio perché riguarda la formazione civile in senso ambio più tosto che solo quella del cittadino guerriero, per cui qui il concetto di Aretè assume un significato strettamente civile. La pedagogia ad Atene risente della politica di questa città stato che non si basa come a Sparta sulla guerra e sul controllo del territorio. La preparazione del cittadino inizia al settimo anno di vita: prima il fanciullo viene affidato alle cure della famiglia e al settimo anno solo i maschi iniziano il curricolo educativo perché le donne non godono di alcun diritto politico e perciò per loro è sufficiente l’educazione famigliare. Il bambino viene eseguito dal pedagogico che è uno schiavo fedele che lo conduce a scuola. L’obbiettivo dell’educazione ateniese può essere riassunto nell’espressione (essere bello e buono): l’uomo perfetto è fisicamente bello ed è moralmente buono. Le motorie importanti ad Atene sono soprattutto la musica e la ginnastica; ma prima ancora della musica è opportuno conoscere la lettura, la scrittura e il calcolo.

Vi sono ad Atene tre istruttori che svolgono il loro insegnamento in scuole private a pagamento e sono il grammatistes che insegna a leggere e a scrivere e i rudimenti della aritmetica; kitharistes che insegna a suonare la cetra e a cantare i versi e il balodriles insegnante di educazione fisica.

L’educazione ateniese da un punto di vista curriculare non è particolarmente differente da quella spartana, ma la differenza riguarda la finalità educativa nel senso che mentre ad Atene si aveva come punto di riferimento la formazione di una virtù politica che rendesse l’uomo capace di assumere un ruolo pubblico, a Sparta l’educazione era diretta a formare la virtù guerriera. Inoltre ad Atene si tendeva a far raggiungere soprattutto a traverso lo studio della musica l’armonia dell’anima e si aveva molto riguardo alla cura del corpo alla bellezza e alla grazia del movimento. L’educazione ateniese si fonda su un modello di formazione liberale e il lavoro veniva considerato l’occupazione inferiore, perché tutto si basava sull’idea aristocratico della schole da cui deriverà scuola intesa come tempo da dedicare esclusivamente all’autoeducazione.

Dunque il percorso educativo ateniese è soprattutto per appartenenti ricca più tosto che coloro che si guadagnano da vivere come contadini o artigiani.                  


La prima educazione ellenica: Sparta

La città stato (dipendente) di Sparta, intorno al VI secolo a.C. sviluppa un modello di vita a carattere principalmente militaresco in cui un aspetto fondamentale è quello del controllo e della sorveglianza dei popoli sottomessi. Le conoscenze che abbiamo sulla sua storia e sul suo ideale educativo ci sono state tramandate soprattutto da Aristotele, da Senofonte e da Plutarco. Nell’educazione spartana riveste un ruolo importante il concetto Aretè  =  valore oppure virtù.

Sparta vuole educare i suoi cittadini ad amare lo stato sopra ogni altra cosa e a difenderlo coraggiosamente con le armi: per fare tutto ciò è necessario la buona salute fisica, in mancanza della quale sembra che i neonati venissero abbandonati sul monte Taigeto. Superato questo primissimo esame il fanciullo spartano per i primi sette anni viene lasciato all’educazione famigliare per poi essere arruolato in compagnia di tipo militare; in questo modo egli impara a vivere in società e comincia a sviluppare anche l’educazione morale, in particolare vengono recitati dei versi di poeti spartani proprio per stimolare i giovani a cambiare cose egregie. La Xenofobia è la violenza verso i nemici interni facendo parte del sistema educativo spartano.

Alle ragazze viene impartita una formazione fisica che le prepari alla maternità, le donne a Sparta dovranno essere madri patriottiche e tra l’educazione famigliare e quella pubblica dovrà esistere continuità. Comunque questo modello educativo anche se destò interesse e ammirazione non divenne mai dominante nel mondo greco al contrario dell’educazione ateniese. Nella pedagogia spartana quindi si tendeva a realizzare l’Aretè del guerriere cioè si faceva in modo da formare gli individui vigorosi e forti per combattere e quindi oltre alla robustezza fisica e all’importanza della attività motoria mirata al mantenimento corporeo, si dava risalto anche alla sopportazione del freddo, del caldo, alla fugacità del mangiare e alla essenzialità delle cose, proprio come si fa quando si combatte.


L’educazione ebraica

La religiosità degli Ebrei produce un sistema educativo originale, gli Ebrei a causa della loro tradizione di pastorizie nomade e delle vicende storiche entrano in contatto con numerosissimi popoli dell’aria mediterranea. Nel 70 a. C. si dividono e si disperdono a oriente e occidente e vengono privati di una propria patria, finché non viene fondato lo stato di Israele. Quello che consente alla cultura ebraica di mantenere una propria identità e il proprio carattere religioso che si fonte sul rapporto con un unico Dio ed un unico testo sacro cioè la Bibbia, gli Ebrei chiamavano i primi cinque libri dell’antico testamento Torah che significa insegnamento, la concezione educativa ebraica è quella che si pratica durante il corso della vita tenendo conto dell’insegnamento di Dio all’uomo attraverso la predicazione dei principi contenuti nella Torah.

Gli Ebrei sono stati in grado di realizzare una cultura capace di risolvere problemi nuovi e realizzando una scuola organizzata sconosciuta alle precedenti civiltà ed hanno dato importanza alle famiglie e alle scuole, entrambe aventi come fine ultimo la religiosità senza certamente ridurre l’attività di formazione alla sola educazione religiose. Nella formazione predicata degli Ebrei veniva attribuito un ruolo fondamentale alle famiglie la quale dava la preparazione di base per l’insegnamento nella società; il processo formativo ebraico presupponeva la conoscenza dello scrittore almeno da parte del capo famiglia e quindi al principale responsabile del compito educativo era il padre e i metodi pedagogici praticata in quel periodo erano sostanzialmente severi.

Le classi culturali erano tre:
  • Profeti
  • Sacerdoti
  • Sapienti

I profeti sono i primi educatori pubblici del popolo ebraico e sono chiamati direttamente da Dio o comprimere la sua volontà con una predicazione che si basa sul richiamo ai valori morali, i sacerdoti sono i custodi della Torah ed importantissimo il loro insegnamento nel tempio ai fedeli e ai pellegrini, e ad assisterli in questo compito ci sono gli scribi, i sapienti invece sono meno interessati alla predicazione e devono essere considerati i primi maestri all’interno dell’organizzazione scolastica. Un tratto caratterizzante, la storia di Israele è la prevalenza dell’istruzione di base, mentre qualche e forma d’istruzione superiore viene fornita a domicilio dagli scribi.

Con l’inizio del periodo talmudico che coincide con la distruzione del tempio di Gerusalemme da parte dei Romani (70 d. C.) si intensificò l’istruzione pubblica, considerata necessaria per mantenere vivo lo spirito della Torah. Nell’epoca talmudico viene attribuito un ruolo nuovo alle scuole e gli edifici scolastici vengono poste nelle zone periferiche, lontano dalla confusione, per consentire la riflessione sui testi. La dittatura è il metodo utilizzati sono abbastanza rigorosi: un maestro non può avere più di 25 alunni e deve adottare una didattica chiara, deve essere attento alle psicologie degli alunni, poiché il compito da maestro non è solo quello di istruire ma soprattutto quello di educare e di fare partecipare attivamente e in modo critico gli allievi. La preparazione del maestro avviene presso l’Accademia Rabbinica dove egli studia fino all’età di 40 anni, l’Accademia Rabbinica e anche il luogo dove viene esaminata e discussa la Torah e vengono ampliate le conoscenze della storia, della matematica, dell’astronomia e della medicina.       

 

Egitto e Mesopotamia: l’educazione del sacerdote e dello scriba

Nella società egizia e in quella babilonese che si sviluppa in Mesopotamia, la cultura e il potere politico appartengono ai sacerdoti che non solo conoscono l’astronomia la matematica e la medicina, ma amministrano il regno e custodiscono la scrittura che considerano una scienza sacra; la prima scuola è rappresentata dal tempio. Con l’evoluzione della società egizia aumentano le necessità tecnico amministrativo e nasce una nuova classe funzione e burocrati che si chiamano scribi, che vengono istruiti dai sacerdoti e successivamente da insegnanti laici. Gli obbiettivi educativi in questo periodo riguardano l’istruzione alla lettere alla scrittura e al calcolo. Per quanto riguarda il luogo dove gli scribi venivano istruiti dobbiamo ricordare che la prima scuola di cui abbiamo testimonianza e quella della città Mari che risale circa nel  IV millennio a.C. in essa c’erano i banchi di pietra disposti a file, bacinelle per mantenere umide le tavolette di argilla che venivano utilizzate per la scrittura, conchiglie usate per i calcoli.

Le scuole primarie di cui abbiamo conoscenza erano chiamate “Case del libro” in Egitto e “Case delle tavolette” in Mesopotamia. Per quanto riguarda il metodo pedagogico usate in queste scuole dobbiamo dire che si copiavano sull’argilla brani preparate dal maestro e secondo un sistema graduale, questi brani diventavano sempre più lunghi e complessi. In queste scuole si dava importanza ai calcoli e allo studio della geometria che sarebbero servite allo scriba per risolvere questioni pratiche e amministrative come la misurazione dei terreni e la contabilità commerciale. Sappiamo da diversi fonti che per l’apprendimento era previsto l’uso di castighi e punizioni corporali per ottenere maggiore impegno. In questo modo certamente non si lasciava spazio alla creatività del bambino e al suo attivismo, come invece oggi si sforza di fare la scuola contemporanea.    

L’estremo oriente: India e Cina

Quello che caratterizza l’India è un organizzazione basata su un sistema di caste chiuse, che da origine ad una società inabile. La fonte primaria dei valori è costituita dalla letteratura dei Veda, che sono dei testi sacri ricchi di riflessioni ed esperienze utili per la vita, intanto dal VI secolo a.C. in poi si diffonde la predicazione di Buddha, il quale fa riferimento al concetto di autoeducazione interiore che si fonte su un profondo significato morale.
Invece in Cina è presente una vera è propria attività scolastica, formate da un percorso rigoroso con riflessioni educative. In questa società si pratica il Tao che è una vera e propria religione che predica il ritorno allo stato di natura. Occorre ricordare che la Cina di questo periodo è dilaniata da guerre e dispute filosofiche e i filosofi cinesi discutono sul ruolo da attribuire all’uomo nello stato e sul raccolto tra l’educazione e le leggi. Sostanzialmente si sviluppano tre posizioni:
  • Legisti
  • Confuciani
  • Taoiste
Secondo i legisti non c’è rimedio alla malvagità umana ed è necessario uno stato forte che riesca a dominare questa malvagità, i confuciani sostengono che l’educazione può migliorare l’uomo e renderlo buono, infine secondo i taoiste l’uomo è quello che è, la cultura non può migliorarlo ma solo corromperlo. Confucio sostiene che sia necessario uno stato educatore che fondi sugli esempi morali dei governanti.